Federico Puggioni

Federico Puggioni

Nato a Cagliari, ho studiato a Bologna e Copenhagen. Vivo a Stoccolma dal 2006 dove lavoro come insegnante e guida della città. Sono blogger freelance dal 2005 ed ho collaborato con alcune testate giornalistiche con articoli su Stoccolma e la Svezia. Nel 2014 ho fondato StockholMania Tours, portale attraverso cui offro visite guidate di Stoccolma e dintorni.

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Black lives matter e i “razzisti” svedesi del 1700

Il movimento “Black lives matter” ha avuto il suo seguito anche qui in Svezia dove, sebbene molto spesso sotto mentite spoglie o nascosto abilmente sotto il bel tappeto di casa, il fenomeno del razzismo (nel senso più generale del termine) ancora è ben presente. 

Anche a Stoccolma, qualche settimana fa, c’è stata una manifestazione di protesta sulle orme di quelle statunitensi e internazionali. Con qualche attimo di tensione dovuto, per lo più, al divieto di assembramenti di più di 50 persone che la polizia ha dovuto far rispettare (causa Coronavirus, ovviamente).

E anche qui in Svezia, negli ultimi giorni, si è sviluppato un dibattito sull’eventualità di cancellare dei simboli ricollegabili in qualche modo a tematiche quali colonialismo, schiavismo e – per l’appunto – razzismo. In particolare, questi simboli sono stati individuati nelle persone (e quindi nelle numerose statue) di Carl Linnaeus e del re Gustav III, entrambi vissuti nel 1700.

Il primo non ha bisogno di tante presentazioni. È lui l’indiscusso botanico svedese considerato oggi il padre della classificazione scientifica degli esseri viventi e della nomenclatura binomiale (volgarmente, i nomi latini delle specie). Ecco, la sua “colpa” – secondo diversi animatori dell’attuale dibattito – è stata quella di aver classificato anche gli esseri umani. Per razza. Detto molto in sintesi, Linnaeus sosteneva che il colore della pelle avesse un collegamento con il temperamento delle persone (in base all’antica teoria dei quattro temperamenti). E ciò basta, a molti, per ritenere che lo scienziato abbia contribuito ad una sorta di fondamento teorico del razzismo e del colonialismo.

Il secondo, Gustav III, uno dei sovrani svedesi più colti ed ecclettici, fu l’artefice dell’acquisto dalla Francia di Saint-Barthélemy, isola delle Antille francesi, nel 1784. Diventò colonia svedese e lo rimase per più di novant’anni, benché un vero e proprio processo di svedesizzazione non avvenne mai (la capitale, però, è ancora chiamata Gustavia). Ecco, l’idea alla base della colonizzazione di quest’isola era – ovviamente – lo sfruttamento delle seppur limitate risorse, lo sviluppo di nuove rotte commerciali e la tratta di schiavi (progetto, quest’ultimo, che fu comunque presto abbandonato).

“Tutto questo è troppo”, sostengono tanti, perché questi due personaggi si meritino di essere rappresentati in statue che decorano le città svedesi. “Ridicolaggini”, sostengono altri, in quanto all’epoca avere certe idee non era certo cosa strana…

Personalmente non entro nel merito del dibattito. Una cosa però la voglio dire: le tendenze iconoclaste sono pericolose. Soprattutto quando si parla di episodi ormai remoti. Cancellando i simboli, per quanto negativi possano essere, si cancella una parte importante di storia, si cancellano eventuali ragionamenti e approfondimenti, si cancella la curiosità dei posteri, si cancella la possibilità di inquadrare certe questioni (e certi personaggi) con un’ottica critica moderna. E poi, abbattendo delle statue, si distrugge l’arte.

Dubito che, almeno a Stoccolma, verrà presa qualche misura dall’alto (anche se mai dire l’ultima parola). Ci si augura che anche dal basso la disputa rimanga a parole e non si passi ai fatti come successo da altre parti.

Black lives matter
Le statue di Linnaeus e Gustav III a Stoccolma “prese di mira” dai Black lives matter.

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