Federico Puggioni

Federico Puggioni

Nato a Cagliari, ho studiato a Bologna e Copenhagen. Vivo a Stoccolma dal 2006 dove lavoro come insegnante e guida della città. Sono blogger freelance dal 2005 ed ho collaborato con alcune testate giornalistiche con articoli su Stoccolma e la Svezia. Nel 2014 ho fondato StockholMania Tours, portale attraverso cui offro visite guidate di Stoccolma e dintorni.

Stoccolma: tra migranti, hooligan e politica

Le cronache internazionali ne hanno parlato tanto: quello che è successo a Stoccolma tra la notte di venerdì e la giornata di sabato scorsi non poteva non avere un impatto diverso.

Nella tarda serata di venerdì l’episodio più grave: nella centralissima Sergels torg, un centinaio di uomini, vestiti di nero ed incappucciati, ha preso di mira i passanti con tratti somatici mediorientali o africani. Sono volati pugni, calci, colpi di spranghe e bastoni. Oltre a slogan razzisti ed all’esplicita minaccia di ulteriori violenze nei confronti degli “ensamkommande barn“, i bambini rifugiati arrivati in Svezia da soli, senza genitori o familiari.

Sabato mattina, a poche centinaia di metri da Sergels torg, diversi gruppi di estremisti di destra hanno organizzato una manifestazione che presto ha trovato risposta in una contromanifestazione di antirazzisti. Oltre alla tensione ed a qualche scontro si è registrato qualche arresto (tre polacchi che comunque sono stati rilasciati poco dopo).

Capire cosa sta succedendo in Svezia negli ultimi periodi è complicato. In ballo ci sono tanti fattori, a volte scollegati gli uni dagli altri, ma che comunque hanno contribuito e contribuiscono allo stato delle cose. Fattori che si richiamano a questioni di lungo periodo, spesso latenti, e ad elementi di novità.

La sensazione è che tanti vecchi nodi stiano venendo al pettine e che altri nodi, nuovissimi, si stiano pericolosamente formando.

Tra le novità degli ultimi sette-otto mesi, il problema più concreto ha riguardato l’elevato numero di rifugiati che ha chiesto asilo alla Svezia. Un numero che è andato ben oltre le aspettative del sistema di accoglienza: le stime prevedevano un ingresso di circa 80.000 migranti. Ne sono arrivati il doppio.

Le conseguenze sono state drastiche. Il Governo, formato da una coalizione tra Partito Socialdemocratico e Verdi, ha dovuto rivedere la sua politica in tema di immigrazione: tra i vari provvedimenti sono stati introdotti controlli più rigidi alle frontiere e nei mezzi di trasporto quali autobus e treni, sono state riviste le modalità di ricongiungimento familiare e sono state ulteriormente ristrette le condizioni per ottenere il permesso di soggiorno. L’espulsione programmata di circa 80.000 richiedenti asilo, invece, è stata una non-notizia: negli ultimi anni la Svezia ha mediamente concesso asilo a circa il 45% dei richiedenti. La percentuale comunicata qualche giorno fa è quindi in linea con quella degli anni precedenti alla attuale emergenza migratoria.

Il Governo sta pagando in prima persona l’incertezza, l’inefficacia e i ritardi dimostrati – secondo tanti – negli ultimi mesi: i sondaggi elettorali parlano di crisi nera per il Partito Socialdemocratico e per il primo ministro Stefan Lövfen. Non è assolutamente un caso che una delle “voci” della piazza di sabato scorso ne abbia esplicitamente richiesto le dimissioni. A dimostrazione di come la manifestazione fosse anche politica.

E qui si passa dai problemi concreti alla pura e semplice demagogia. La “questione rifugiati” è stata soprattutto un pretesto per agitare le acque e reclutare consenso; il “casus belli” l’omicidio dell’assistente sociale a Mölndal (vicino a Göteborg) ad opera di un adolescente rifugiato, avvenuto la settimana scorsa.

Basta vedere da chi erano composti questi gruppi di manifestanti (presenti, tra gli altri, hooligan anche stranieri con il compito di reclutare persone e di passare alle maniere forti). O anche solo sentire gli slogan ed i loro ragionamenti per capire che alla base di questi ultimi malcontenti ci siano questioni più spinose e più attempate, non necessariamente collegate in modo diretto alle ultime emergenze. Si tratta spesso di problemi cronici che affliggono la società svedese da almeno cinquant’anni. Razzismo sì, ma anche e soprattutto il risultato di politiche discriminatorie e di uno scontro culturale profondo con difficili possibilità di appianamento.

Le fratture tra centro e periferia, a volte delle vere e proprie ghettizzazioni che contraddistinguono Stoccolma e le altre principali città svedesi, sono lo specchio di una Svezia composta da tante Svezie e da tante micronazioni di immigrati di prima, seconda, terza generazione. Minoranze nazionali che risiedono – per l’appunto e principalmente – nelle periferie. Minoranze che, a volte, vedono la Svezia come una sovrastruttura nemica, lontana ed irraggiungibile, contro cui sfogare – spesso – la propria frustrazione.

Dall’altro lato c’è la “Svezia svedese”, o meglio c’è quella immagine di Svezia che gli svedesi stessi hanno esportato all’estero e di cui si sono spesso autoconvinti. Una Svezia che esiste, che è spesso sana, realmente aperta ed accogliente ma che – altrettanto spesso – si ricorda di isolare tutto ciò che svedese non è. Per normale diffidenza, per opportunismo, per decoro, per ideologia, per razzismo: dipende dai casi e dagli individui.

Si è creata, con il tempo, una mancanza di dialogo: e se la tendenza tutta svedese al non-dibattito, al non-conflitto, ha potuto e può comunque far funzionare una società che condivide gli stessi valori, altrettanto non si può dire se si è in presenza di due o più culture che sono costrette giocoforza a condividere gli stessi confini nazionali.

Il fallimento dell’integrazione contribuisce a produrre povertà, frustrazione, analfabetizzazione, degrado, intolleranza, razzismo e violenza. Produce estremismi e permette agli estremismi di sedersi in Parlamento. La Svezia è anche questo e le prospettive per il futuro non sono tra le più rosee.

Il servizio di Fabio Trappolini “Soqquadro svedese”, andato in onda ieri durante il programma Agorà di Rai Tre, mette in luce tutti questi aspetti. Nel mio piccolissimo, anch’io ho dato il mio contributo da osservatore e cittadino, non certamente da esperto. Ringrazio nuovamente Fabio (a cui vanno anche i miei complimenti per l’estrema professionalità) e tutta la redazione di Agorà.

Federico Puggioni

Ecco il servizio.

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